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CONTRASTARE IL RAZZISMO CON DOLORE, PENTIMENTO E SPERANZA

CONTRASTARE IL RAZZISMO CON DOLORE, PENTIMENTO E SPERANZA

AFFERMIAMO. CONFESSIAMO. DUNQUE PIANGIAMO.

Ecco la dichiarazione del Movimento di Losanna sul razzismo in questi tempi.

“In quanto leader del Movimento di Losanna, abbiamo il cuore a pezzi. Abbiamo ascoltato le storie di ingiustizia e di discriminazione razziale perpetrate a livello individuale e collettivo. Abbiamo udito il pianto di coloro che hanno perso persone care a causa di violenze e brutalità. Siamo rattristati di fronte a manifestazioni di cuori duri da parte di leader che non ammettono le proprie responsabilità, né vedono le questioni sistemiche e le ingiustizie storiche che hanno alimentato le ineguaglianze sociali e la rovina di intere comunità e generazioni…” 

SCARICA QUI LA DICHIARAZIONE COMPLETA: CONTRASTARE IL RAZZISMO CON DOLORE, PENTIMENTO E SPERANZA

GLOBAL WORKPLACE FORUM 2019 – una testimonianza

GLOBAL WORKPLACE FORUM 2019 – una testimonianza

Dal 25 al 29 giugno ho partecipato in Manila al Global Workplace Forum 2019 organizzato dal Movimento di Losanna, movimento nato sotto gli auspici di Bill Graham e di John Stott. Alla conferenza hanno preso parte circa 800 partecipanti, provenienti da 109 differenti paesi. Dall’Italia eravamo presenti in due.

La mattina, fino all’ora di pranzo, tutti i partecipanti sono stati coinvolti nelle sedute plenarie che hanno previsto la lettura e meditazione di alcuni capitoli del libro di Daniele ed il successivo approfondimento della teologia del lavoro nella Bibbia, nonché di casi reali. Siamo stati esortati a vivere ed affermare la nostra chiamata sul posto di lavoro, ad elevarne gli standard di eccellenza, ad espandere l’influenza del Regno in ogni sfera della società. Per ‘posto di lavoro’ non deve intendersi solo quello retribuito, infatti nel corso della conferenza è stata dedicata un’intera sessione al lavoro svolto in casa (dalle mamme casalinghe), al lavoro non retribuito di assistenza agli anziani e della propria famiglia. Due donne hanno raccontato la loro esperienza di mamme casalinghe, le sfide e l’opportunità di dare gloria a Dio anche attraverso questo lavoro svolto al servizio della propria famiglia. La chiamata al riposo è stata anch’essa oggetto di approfondimento. La chiave non è data dalla quantità di riposo, ma dalla sua qualità.

Tutti i partecipanti sono stati distribuiti in tavoli differenti e formati omogeneamente. In particolare, il mio tavolo era composto da altri avvocati provenienti da diverse parti del mondo: Sri Lanka, Regno Unito, Filippine, USA. Alla conferenza erano presenti altri avvocati collocati in altri tavoli, con cui ho avuto modo di parlare e di confrontarmi in occasione delle comuni attività pomeridiane a cui abbiamo partecipato.

Al Global Workplace Forum è stata data ai partecipanti la possibilità di personalizzare la singola partecipazione offrendo l’opportunità di partecipare a singole sessioni su particolari tematiche, ad escursioni, a laboratori di apprendimento, al fine di trasformare le idee in qualcosa di concreto e pratico.

Altra sessione cui ho partecipato è stata quella del “Tentmaking and the Workplace” (“Fabbricatori di tende e posto di lavoro”), che è il ministero che mira a fare sì che la nostra professione secolare possa essere usata sul nostro posto di lavoro, in paesi stranieri diversi da quelli di origine, per portare il Vangelo a gruppi di persone non raggiunte da esso. Il concetto di fabbricatore di tende deriva proprio dalla vita, dal ministero e dallo stile di vita di Paolo. Paolo ha lavorato sodo e ciò era visibile a tutti. In questa sessione l’attività di tentmaking è stata presentata come alternativa al modello tradizionale delle missioni, oltre che economicamente più sostenibile per le chiese.

Riassumendo, posso dire che nel Global Workplace Forum le tematiche sono state ben trattate ed approfondite da relatori davvero preparati.Sono i singoli interventi, le singole esperienze dei relatori, l’esempio di vita di Daniele, il confronto con altri fratelli e sorelle in Cristo ad avermi incoraggiata, ad avermi fatto riflettere per esempio sulla necessità di fissare dei confini, sulla necessità del riposo, sulla necessità di guardare indietro a ciò che Dio ha già fatto e di non sprecare quanto già ricevuto. Sono felice di avere avuto la possibilità di conoscere altri avvocati provenienti da ogni dove, cui ho chiesto consigli pratici, cui ho sottoposto soggetti di preghiera, con cui ho pregato e con cui ho il desiderio di rimanere in contatto. E’ straordinario sapere di fare parte di un unico corpo (la chiesa) che condivide la stessa missione di portare tutto il Vangelo a tutto il mondo, anche se esercitata in posti di lavoro e contesti differenti.

Damaris Marletta

WEBINAR: MISSIONE & ARTE

WEBINAR: MISSIONE & ARTE

Uno dei capisaldi della vita è che Dio ci ha creati a Sua immagine e somiglianza. Dio è straordinariamente creativo. Pensa alle infinite sfumature di verde!! In quanto creature sue, noi tutti abbiamo una parte di noi che valorizza il bello, il buono. Tristemente siamo marchiati da effetti deleteri del peccato che rovinano e incrinano anche le cose belle. Ma sotto sotto aneliamo ciò che è bello, ciò che è buono. Un tramonto dai mille colori, una melodia raffinata ed armoniosa, un quadro di calma e bellezza…. tutti ci emozioniamo perché siamo creati per godere una creatività innata nel nostro essere. Cosa fare, quindi, dell’arte, in tutte le sue forme, e la missione? Dovremmo scindere totalmente una qualsiasi connessione e affermare che l’arte è il mondo? Che l’apprezzamento artistico non è altro che una perdita di tempo? Insomma che in missione non c’è posto per l’arte?

Jonathan Gilmore ci guiderà in una conversazione su questa tematica. Partendo dalle affermazioni dell’Impegno di Città del Capo (2010), esploreremo come considerare l’arte ed in particolare se possiamo, di fatto, giungere ad identificare un sano incontro fra la missione e l’arte.

Vieni pronto ad ascoltare, contribuire anche tu sul soggetto e andare via con una bella e buona prospettiva!

Modulo di iscrizione: https://forms.gle/YU9xXj5Zg32uMrkX7

WEBINAR: MISSIONE & MEDIA

WEBINAR: MISSIONE & MEDIA

La società contemporanea è sempre più digitalizzata. Sempre di più ci connettiamo in termini mediatici. Una straordinaria opportunità, ma anche molte sfide per gestire ala meglio questa realtà. Cosa fare dei media per la missione? È solo una questione di creare un palinsesto accattivante ed ecco che la missione è fatto? Oppure sarebbe meglio rinunciare ad usare questo mezzo ‘troppo moderno e mondano’? Come fare in quanto chiese? Ci arrangiamo e va bene, oppure rinunciamo perché non siamo professionisti? Per non parlare della sfida di avere interazione (comunione?) attraverso schermi… Insomma una vasta serie di elementi da capire meglio.

Guidati nella nostra conversazioni da Giovanni Donato, sensibile all’opportunità dei media, ma anche di potenziali pericoli, sempre partendo dalle affermazione dell’Impegno di Città del Capo (2010) esploreremo il connubio sano, potenzialmente, fra media e missione.

Vieni per ascoltare, partecipare e crescere insieme.

Modulo di iscrizione: https://forms.gle/8pGgmiRZhcxoUDJf6

WEBINAR: MISSIONE & LAVORO

WEBINAR: MISSIONE & LAVORO

A volte il lavoro viene vissuto come antitesi alla missione. “Ah, se solo potessi essere impegnato in missione, a tempo pieno … eppure eccomi qui.” Può capitare che il lavoro sia vissuto come un male inevitabile, una tristezza in attesa delle vere gioie. Per non parlare poi del distacco vissuto fra fede e lavoro – “…la fede è una cosa, il lavoro un’altra”.
Eppure, il grande mandato (Mt 28:18-20) può essere implementato solo negli ambiti dove le persone passano il loro tempo, cioè dove lavorano, producono e scambiano beni e servizi. Una teologia del lavoro è essenziale per colmare il vuoto tra il lunedì e la domenica.

Accompagnati da Giuseppe Rizza, impegnato in un ambito di lavoro professionale, esploreremo insieme in modo ampio questo tema così importante. Partendo dalle affermazioni dell’Impegno di Città del Capo (2010) ci confronteremo in un dialogo aperto per vedere di giungere, per la grazia di Dio, ad una prospettiva sana, diremmo rivoluzionaria, laddove il lavoro è vissuto come opportunià e risorsa per la missione piuttosto che fatica e delusione.

Ti aspettiamo!

Modulo di iscrizione: https://forms.gle/QsQgbpGoJr6Sr3rL8

WEBINAR del Movimento di Losanna

WEBINAR del Movimento di Losanna

È partito a settembre una nuova iniziativa del Movimento di Losanna in Italia. Lindsay Brown ci ha guidati in una riflessione (su Zoom) sulla Missione Contemporanea (ad un decennio dall’Impegno di Città del Capo). Sono previsti altri tre webinar: uno al mese – Missione & Lavoro (Rizza), Missione & Media (Donato) e Missione & Arte (Gilmore). L’idea è semplice: partire dalle frasi dell’Impegno per poi esplorare in un contesto interattivo, live, vari risvolti sul soggetto con un’applicazione contestuale per noi, qui in Italia.

Sotto le sezione ‘Eventi’ trovi i dettagli dei webinar e i Moduli per iscriverti. Perché non invitare altri? Una bella occasione di approfondimento e scambio.

Lausanne Europe 2020: Il Vangelo Dinamico – una Nuova Europa

Lausanne Europe 2020: Il Vangelo Dinamico – una Nuova Europa

Lausanne Europe 2020: Il Vangelo Dinamico – una Nuova Europa

21-25 ottobre 2020

Wisla, Polonia

Quaranta cinque anni dopo il primo, storico Congresso di Losanna, un’altra significativa conferenza di Losanna avrà a breve di nuovo luogo in Europa.

Dal 21-25 ottobre 2020 a Wisla, in Polonia: “Lausanne Europe 2020: Il Vangelo Dinamico – una Nuova Europa” porterà insieme leader Evangelici, incluso leader di chiese, ministeri, agenzie missionarie, dal mondo del lavoro e dall’ambito accademico. Insieme ci sarà un’opportunità di riflettere, pregare, e considerare come potremmo lavorare insieme per rendere testimonianza a Gesù Cristo oggi in Europa.

Lausanne Europe 2020 è l’evento centrale di una conversazione più ampia che comprenderà gruppi di lavoro pre-conferenza, ricerca, pubblicazioni, risorse online, e reti post-conferenza. Saremo in partenariato con la Conferenza della IFES “Revive Europe” e includeremo tanti altri partner Evangelici. Ci aspettiamo che metà dei partecipanti saranno giovani leader. La conferenza cercherà di onorare ‘lo spirito di Losanna’ con un’enfasi posta sulla preghiera, lo studio, il partenariato, la speranza e l’umiltà — con un’impegno deciso per l’evangelizzazione dell’Europa.

La partecipazione a questo evento avviene solo su invito. Per altre informazioni, vistate: https://www.lausanneeurope.org oppure contattate: info@lausanneeurope.org.

Raggiungere la Nuova Cultura Globale Giovanile

Raggiungere la Nuova Cultura Globale Giovanile

Un recente studio condotto nel Regno Unito ha dimostrato che il 71 percento dei giovani tra i 18 e i 24 anni afferma di non avere alcun tipo di credo religioso. [1] Secondo Operation World, una crescente maggioranza di paesi Europei, inclusa la Francia, la Repubblica Ceca e la Spagna, sono composti da meno dell’uno per cento di cristiani evangelici. [2]

Secondo il libro Churchless, “Più di un terzo degli adulti americani si reputano secolari nel credo e nella pratica.” Ciò significa che circa 156 milioni di americani non frequentano una chiesa.” [3]

Gran parte dell’ex mondo “cristiano” si sta lasciando le proprie radici alle spalle ed è dominato dal secolarismo (morto alla religione) e relativismo (morto alla verità). La Bibbia non è più considerata una bussola morale; piuttosto, ognuno è libero di decidere da sé cosa sia giusto e cosa no. I giovani vedono la chiesa come qualcosa di poco affine alla loro vita quotidiana: una tradizione del passato ora morta e vuota.

   La secolarizzazione, una tendenza fortemente legata alla globalizzazione della cultura tra la gioventù urbana, non è limitata a zone post-cristiane come l’Europa o gli Stati Uniti. Essa sta causando un impatto sulle culture nei centri urbani di ogni regione del mondo, incluso il Medio Oriente, l’Asia, e l’Africa. Questa generazione, connessa dal consumismo, i social media, e l’industria dell’intrattenimento, costituisce la più grande cultura globale mai esistita. In Medio Oriente, ad esempio, sta emergendo un’intera nuova generazione influenzata dal secolarismo globale. Questa è una generazione molto ferrata sulle tecnologie moderne, e molto coinvolta nelle tendenze musicali e artistiche globali. Nonostante il tumulto politico e sociale che ha caratterizzato la zona, questi giovani sono pieni di energia, altamente innovativi, e creativi. Allo stesso tempo, sono diventati sempre più sospettosi dei valori culturali e religiosi tradizionali, aspirando invece a un cambiamento e un nuovo modo di vivere.

  Presentandosi sia come una sfida che come un’opportunità in termini di evangelismo, questa cultura emergente richiede nuovi modelli e approcci missionali, visto che gli sforzi tradizionali in questa regione tendono a concentrarsi su valori e visione del mondo appartenenti alla generazione precedente. Al cuore di ogni cultura ci sono le idee fondamentali che ne formano la visione del mondo. Per la cultura giovanile globalizzata, le idee fondamentali sono secolarismo, relativismo, e tolleranza. Viviamo in un periodo di connessione senza precedenti. I media principali, le strategie economiche globali, e, soprattutto, Internet hanno eroso i confini culturali.

La cultura giovanile è più omogenea che mai, e si sta avviando verso l’essere una cultura davvero globalizzata.

Secolarismo

È importante comprendere che il secolarismo non si identifica con la totale assenza di Dio. Il secolarismo è più accuratamente caratterizzato dalla marginalizzazione e privatizzazione della spiritualità. [4] I giovani non stanno consapevolmente rifiutando Dio per sé; semplicemente non ci pensano. Questi giovani post-Dio sono stati adeguatamente etichettati “i nessuno” (in inglese, “the nones” NdT) – una generazione senza affiliazioni religiose. 

  La religione e il Cristianesimo sono irrilevanti per la loro vita quotidiana. Nella migliore delle ipotesi, vedono Gesù come una brava persona o un insegnante, mentre, nella peggiore, come un simbolo di repressione e bigottismo. Circa il 60 percento dei millennials considera il Cristianesimo come “moralista” e il 64 percento sostiene che il termine “anti-gay” descriva al meglio le chiese di oggi. [5] False percezioni di Dio che conducono ad una secolarizzazione di massa costituiscono la più grande sfida nelle chiese d’oggi. Non solo la religione è stata relegata ai margini della rilevanza sociale, ma è diventata anche qualcosa di strettamente privato.

Relativismo

La seconda visione del mondo che definisce la cultura secolare è il relativismo. Relativismo è l’idea che non vi sia una verità trascendente e quindi nessuna morale universale. Concetti come giusto e sbagliato, giustizia e dovere, sono costrutti sociali e, in fin dei conti, illusori. Messa da parte l’etica tradizionale, il relativismo è un pilastro assoluto della cultura giovanile. “Tu mantieni la tua opinione e io la mia” è lo slogan dei giorni nostri. Non deve avere un senso; la cosa importante è non violarlo.    Ironicamente, l’unica verità non relativa è che la verità è relativa. La gente secolare non ha problemi ad abbracciare due prospettive che si escludono a vicenda, se questo li aiuta a vivere come vogliono. È la classica filosofia della “botte piena e moglie ubriaca” Il relativismo è diventato una forza dominante radicata nelle menti dei giovani.

   Allan Bloom in “The Closing of the American Mind” (La chiusura della mente americana, NdT), sottolinea quanto segue: c’è solo una cosa di cui un professore può essere certo, cioè che quasi ogni studente che entra all’Università crede, o dice di credere, che la verità sia relativa. Se questa convinzione viene messa alla prova, uno potrà contare sulla reazione degli studenti: saranno incapaci di comprendere. Il fatto che qualcuno consideri questa proposizione come qualcosa non di ovvio li sconvolge, come se stesse mettendo in discussione che 2+2=4. [6] Se portato a una logica estrema, il relativismo morale condurrebbe al male assoluto e a un totale collasso della società, eppure questo non è ancora successo. Questo perché nessuno vive come se il relativismo fosse vero. Le nozioni di giusto e sbagliato, dovere, onore e giustizia sono temi familiari nell’intrattenimento e nella cultura popolare, evidenza del più grande rifiuto del relativismo come modo concreto di vivere.

   Anche gli scrittori secolari sembrano essere d’accordo. Consideriamo i pensieri di Helen Rittelmeyer, autrice dell’American Spectator, che afferma,

“Sofisticate scalatrici di classifiche come Katy Perry e Ke$ha, non si comportano come se volessero essere giudicate dalla brutale onestà della loro autoespressione, e non lo vogliono nemmeno tesori indie come i Decemberists. Per quanto riguarda il cinema, gli anti-eroi sono passati di moda e sono tornati gli eroi. Virtù, autorità, legge e ordine sono tutte in voga, come attestano i conti bancari di Chris Nolan, J.K. Rowling e Marvel Comics.” [7]

   È quasi impossibile trovare qualcuno davvero dedito al relativismo morale ad Hollywood e altrove. Ciò che si trova in abbondanza, comunque, è gente che afferma che la morale è relativa eppure vive come se non lo fosse. I giovani secolari non hanno abbandonato morali e doveri; piuttosto, hanno rifiutato le ancore morali e i punti di riferimento tradizionali, creando un sistema di valori tutto loro. Jonathan Merrit sostiene nel The Atlantic che “anziché essere centrata su valori di genere, della famiglia, rispetto per le istituzioni e devozione religiosa, essa [la nozione moderna di moralità] orbita attorno a valori come la tolleranza e l’inclusione. Il nuovo codice ha creato un momento paradossale, nel quale tutto è tollerato tranne che l’intollerante e tutto viene incluso tranne che l’esclusivo.” [8]

   Il relativismo è una caratteristica importante e unificatrice tra i giovani secolari nella teoria ma non nella pratica. Sebbene non abbia prodotto i mostri morali e i nichilisti filosofici come avrebbe dovuto, ha fatto sorgere un’altra convinzione fondamentale dei giovani secolari: la tolleranza.

Tolleranza 

Ci viene detto di essere aperti di mente, e questa è una cosa all’apparenza nobile. Ogni idea, convinzione, e visione è uguale è dovrebbe essere rispettata da tutti e ovunque. Non serve un filosofo professionista per vedere la natura contraddittoria di questa ideologia. La tolleranza è l’estensione logica del relativismo, e ne condivide l’incoerenza. Dopo tutto, chiedere tolleranza verso ogni visione del mondo non è molto tollerante. Come fa notare D.A. Carson, “[Apertura mentale] non significa più che uno possa avere una visione solida ma con l’impegno di ascoltare onestamente argomentazioni che la controbilancino. Piuttosto, significa avere un impegno dogmatico verso la convinzione che considerare un qualsiasi punto di vista sbagliato sia improprio e di vedute ristrette.” [9] Improvvisamente la tolleranza non è così tollerante. 

   La miglior forma di tolleranza risiede nell’abilità o volontà di ascoltare persone che detengono convinzioni o opinioni diverse dalle nostre. In passato, le persone erano sacre, mentre le idee potevano essere oggetto di dibattito. Oggi, la tolleranza tutela le idee e attacca le persone. Questo ha creato un clima di conformità. La gente non ha più la libertà di pensare criticamente riguardo certe questioni e giungere a delle conclusioni proprie, per la paura di essere rifiutata o maltrattata. La tolleranza improvvisamene non è così tollerante.

   In una cultura dominata da secolarismo, relativismo, e tolleranza (almeno nella sua definizione e applicazione liberale), non c’è da meravigliarsi del fatto che il Cristianesimo, con le sue verità e assoluti, sia incompatibile con la cultura secolare. Sempre più giovani rifiutano il Cristianesimo perché seguire Gesù vuol dire nuotare contro la corrente dei nostri tempi: la strada è troppo stretta, il costo troppo alto.

Come seguaci di Gesù, è chiaro che dovremmo rispondere – ma come?

  1. Rispondiamo sviluppando relazioni autentiche. Usciamo dal nostro ghetto cristiano, sviluppiamo relazioni autentiche con i non credenti, facciamo loro delle domande, e ascoltiamo davvero. L’isolamento è nostro nemico. Dobbiamo reintegrarci nella cultura secolare ed eliminare le differenze superficiali che ci mantengono isolati e irrilevanti. La vita di Gesù dimostra un delicato equilibrio: essere parte della cultura senza esserne contaminati.
  2. Rispondiamo sfidando con gentilezza le presupposizioni. Aiutiamoli a vedere come credere in Dio sia razionalmente valido, storicamente accurato, e filosoficamente sensato. Dimostriamo che, al contrario dell’umanismo secolare, la nostra fede è internamente consistente e corrisponde al modo in cui davvero sperimentiamo la vita.
  3. Rispondiamo cercando Dio. Preghiamo come non abbiamo fatto prima. Lasciamo che sconvolga la nostra routine. Chiediamo cose impossibili e domandiamo che Dio si muova potentemente attraverso le nostre vite, e non smettiamo di farlo finché non risponde.
  4. Rispondiamo superando la paura. Predichiamo la croce con franchezza, corriamo dei rischi, guidati dallo Spirito, e non aspettiamo. Ci potrà sembrare di avere tutto il tempo del mondo, ma in realtà non è così. Paolo ci ricorda in Efesini 5:15-16, “Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi; recuperando il tempo perché i giorni sono malvagi.”

Il tempo stringe e i bisogni sono grandi. E’ tempo di agire!

 

Note di fine pagina

[1] Tom Powell, “More than half of Britons ‘have no religion’, survey reveals,” Evening Standard, September 4, 2017, https://www.standard.co.uk/news/uk/more-than-half-of-britons-have-no-religion-survey-reveals-a3626896.html. ↑

[2] Jason Mandryk, “France,” Operation World, 2018, http://www.operationworld.org/country/fran/owtext.html; Jason Mandryk, “Czech Republic,” Operation World, 2018, http://www.operationworld.org/country/czec/owtext.html; Jason Mandryk, “Spain,” Operation World, 2018, http://www.operationworld.org/country/spai/owtext.html. ↑

[3] George Barna and David Kinnaman, Churchless (Carol Stream, IL: Tyndale Momentum, 2014), 16. ↑

[4] D. A. Carson, The Gagging of God, (Grand Rapids, MI: Zondervan, 1996), 37. ↑

[5] Dr. Alex McFarland, “Ten reasons millennials are backing away from God and Christianity,” Fox News, 2017, https://www.foxnews.com/opinion/ten-reasons-millennials-are-backing-away-from-god-and-christianity. ↑

[6] Allan Bloom, The Closing of the American Mind, (New York, NY: Simon and Schuster, 1987), 19. ↑

[7] Helen Rittelmeyer, “Moral Relativism, R.I.P.,” The American Spectator, 2012, https://www.theatlantic.com/politics/archive/2016/03/the-death-of-moral-relativism/475221/. ↑

[8] Jonathan Merritt, “The Death of Mor
al Relativism,” The Atlantic, 2016, https://www.theatlantic.com/politics/archive/2016/03/the-death-of-moral-relativism/475221/. ↑

[9] D. A. Carson, The Gagging of God, (Grand Rapids, MI: Zondervan, 1996), 35. ↑

Ben Pierce www.steiger.org/benpierce è un missionario con Steiger International, missione chiamata a raggiungere e discepolare la cultura globale per Gesù. Serve anche come cantante e chitarrista per la rock band internazionale, No Longer Music. Ben presenta un podcast settimanale, chiamato Provoke & Inspire (Provoca & Ispira NdT), ed è autore del nuovo libro Jesus in the Secular World: Reaching a Culture in Crisis (Gesù nel mondo secolare: raggiungere una cultura in crisi NdT). Collabora con la nuova iniziativa del Movimento di Losanna sulla Secolarizzazione Globale.

Consultazione Globale sul Cristianesimo Nominale, Roma – Marzo 2018

UNA CHIAMATA GLOBALE A SFIDARE CRISTIANI NOMINALI

Provvedete risorse per la chiesa globale così che possa comprendere il Cristiansimo nominale, in modo tale che i ‘Cristiani’ perduti possano tornare a casa…

Il Movimento di Losanna ha organizzato una Consultazione Globale sul Cristianesimo Nominale a Roma durante Marzo 2018. Quaranta teologi, missiologi, socialogi, e operatori nel campo della missione provenienti da ogni parte del mondo si sono ritrovati per rinnovare l’enfasi della testimonianza cristiana fra cristiani nominali.

La Dichiarazione di Roma 2018 sul Cristianesimo Nominale è adesso disponibile. E’ una chiamata urgente a sottolineare l’importanza della testimonianza fra cristiani nominali per la chiesa globale.

Leggi la Dichiarazione di Roma 2018 sul cristianesimo nominale

Il pastore francese, Direttore Regionale del Movimento di Losanna per l’Europa, Jean-Paul Rempp, era moderatore della consultazione a Roma. Spiega che la consultazione nasce da Città del Capo 2010, dove il cristianesimo nominale è stato identificato con una delle principali sfide missionale. Nella consultazione tenutasi a Roma, i partecipanti hanno condiviso preziose considerazioni e dettagli che hanno a loro volta gettato luce sulla complessiàt e l’urgenza della questione. Rempp e gli altri partecipanti pregano che attraverso la dichiearazione rilasciata dalla consultazione e altre risorse che stanno emergendo, la chiesa globale possa rispondere alla sfida fin troppo trascurata del cristianesimo nominale.”

Documenti dalla consultazione verrano in seguito pubblicate in un libro, riassunti in un Documento Occasionale di Losanna (Lausanne Occasional Paper (LOP)), e pubblicati su diversi siti e in varie riviste e pubblicazioni. Concetti, prospettive e riflessioni dalla Consultazione saranno anche presentate come video nella Lausanne Global Classroom.

Guarda il sommario video dalla Consultazione (sottotitoli in italiano):

ANCHE NOI UN TEMPO ERAVAMO STRANIERI – Vivere la nostra fede durante la più grande crisi di rifugiati di tutti i tempi

ANCHE NOI UN TEMPO ERAVAMO STRANIERI – Vivere la nostra fede durante la più grande crisi di rifugiati di tutti i tempi

(QUI puoi scaricare la versione impaginata di questo articolo)

La mia amica Abeer è un’ex rifugiata irachena. Cristiana ortodossa, Abeer scappò dallo stato islamico temendo per la sua stessa vita, mentre le chiese del suo quartiere venivano bruciate. La famiglia di Abeer fu trasferita negli Stati Uniti, dove ci incontrammo attraverso un programma di accoglienza per i rifugiati. I loro figli e i nostri divennero immediatamente amici.

In Iraq Abeer era una ricercatrice e suo marito un ingegnere, ma qui a Houston in Texas si sono dovuti accontentare di qualunque lavoro ad ore potessero trovare per mantenere i propri figli e dare loro una vita a cui loro stessi, personalmente, non avrebbero più potuto aspirare. E come loro ci sono milioni di persone che hanno lasciato le proprie case, i loro mezzi di sostentamento e la loro vita con la speranza di poter ricominciare. La storia di Abeer è più comune di quanto ci piacerebbe immaginare.

Un problema globale senza precedenti

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), viviamo in un tempo in cui più di 28.000 persone sono costrette ogni giorno all’esilio forzato. Più di 65 milioni di persone – pari a circa la popolazione del Regno Unito – sono scappati dalle loro case. Un terzo di questi (22 milioni) sono classificati come ‘rifugiati’, persone che vivono fuori dalla loro patria, “impossibilitate o non intenzionate a tornare nel loro paese di origine avendo fondate paure di essere perseguitati per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad uno specifico gruppo sociale, o per la loro opinione politica” [1]. La crisi attuale dei rifugiati è la più grave crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale, in quanto supera quello che al tempo fu il più grande spostamento di massa della storia.

La maggioranza dei rifugiati sono donne e bambini, metà dei quali sotto i 18 anni. Milioni di rifugiati hanno vissuto il protrarsi di situazioni, aspettando decenni per una risoluzione. Oggi un quarto di tutti i rifugiati viene dalla Siria. Metà della popolazione siriana che si contava prima della guerra è stata uccisa o costretta a lasciare le proprie case solo negli ultimi sei anni. [2]

Molti si sono meravigliati delle cause di questa improvvisa ondata di migrazione forzata. Guerre e conflitti – specialmente guerre di lunga durata – sono le cause principali, ma ci sono anche altri fattori:

  • Di fronte a privazioni economiche i lavoratori si muovono in cerca di opportunità
  • Disastri naturali e degrado ambientale possono causare trasferimenti in grandi proporzioni, specialmente quando esacerbati da tensioni politiche
  • La persecuzione costringe le persone a lasciare i propri Paesi in cerca di sicurezza e libertà

In un mondo ormai tutto collegato, abbiamo non soltanto la conoscenza di queste situazioni, ma ne siamo anche più direttamente influenzati. Posti davanti a questo fenomeno globale in che modo i cristiani dovrebbero rispondere?

Beneficenza e ospitalità

La Bibbia ci comanda la beneficenza e l’ospitalità verso gli stranieri e coloro che sono di passaggio, così come la cura verso gli affaticati e gli oppressi. Perciò, le persone che seguono Gesù e che prendono sul serio la sua Parola, hanno un mandato speciale di dedicarsi alla crisi dei rifugiati. Tuttavia, la complessità del sistema dei rifugiati e le preoccupazioni per la sicurezza nazionale, spesso mettono in ombra la chiamata alla giustizia e alla misericordia. Infatti, anche i cristiani sono tra quelli che chiedono ai propri Paesi di chiudere le frontiere agli immigrati. In nessun altro Paese più che negli Stati Uniti, che per lungo tempo si sono vantati della propria identità di patria fondata da rifugiati in cerca di libertà religiosa, questa chiusura risulta ironica. Come ‘terra dei liberi, casa dei coraggiosi’, ogni anno abbiamo dato una nuova dimora a più rifugiati di qualunque altro Paese. Sul basamento della nostra icona nazionale, la Statua della Libertà, è riportata questa iscrizione di benvenuto:

Ciononostante, il dibattito statunitense sull’immigrazione è divenuto incandescente in tema di immigrati senza documenti, di rifugiati e musulmani, con un Presidente che ha disposto divieti di ingresso e stabilito, per l’anno finanziario 2018, un tetto di ammissione ai rifugiati storicamente basso. In mezzo a questa tempesta, i cristiani americani si ritrovano politicamente ed eticamente divisi su questa controversa questione. 

Indipendentemente da quali siano le proprie opinioni riguardo l’immigrazione, i cristiani dovrebbero riconoscere di avere un ruolo da svolgere in quello che è il principale problema umanitario dei nostri giorni. Da dove cominciamo? Suggerirei di iniziare con la nostra immaginazione.

Formare la nostra immaginazione dello straniero

Quando sentiamo la parola ‘rifugiati’ quali immagini o parole ci vengono in mente? Una donna trasandata che indossa un velo e che si trascina verso la spiaggia? Un bambino sporco di terra seduto in una tenda fatiscente nel deserto? O immaginiamo uno scienziato che ha sviluppato la teoria della relatività? O un artista che ha vinto un premio? Un filantropo? L’idea che abbiamo dei rifugiati influenzerà il nostro atteggiamento verso di loro. Fin da quando ci fu, all’inizio del 1900, il primo sforzo internazionale di risolvere la crisi dei rifugiati, molti cittadini espressero la propria preoccupazione riguardo l’impatto degli immigrati sull’economia locale. I rifugiati sono stranieri, che spesso non parlano la lingua del posto e che non conoscono le sue usanze e i suoi costumi.

Negli ultimi anni, nello scegliere tra la compassione verso le persone più vulnerabili del mondo e la protezione delle proprie, la sicurezza nazionale è stata considerata prioritaria, facendo sembrare rischiose le immigrazioni, se non addirittura irragionevoli per alcuni. L’accelerazione delle tecnologie di distruzione di massa e dell’infiltrazione dell’informazione rende tutto molto più minaccioso.

Informare biblicamente la nostra immaginazione dello straniero

Anche se la nostra natura umana ci rende diffidenti verso gli stranieri, ci sono volte in cui Dio ci chiama, invece, ad accoglierli. Per farlo dobbiamo permettere a Dio di formare il modo in cui vediamo lo straniero, soprattutto considerando che ‘accogli lo straniero’ è uno degli ordini più ripetuti nelle Scritture ebraiche.

Gli stranieri che erano tra gli israeliti dovevano essere trattati allo stesso modo dei nativi della terra (Nu 15:15-16). Israele doveva ospitare gli stranieri e proteggerli, servirli e amarli, provvedendo per loro (Le 19:34, De 26:12, Ez 47:21-23). Dio stabilì che gli stranieri avessero diritto al suo amore e alle sue cure. Per questo, prendersi cura dei rifugiati non è soltanto una questione di compassione o di pietà, ma di giustizia.

Molti rifugiati sono cristiani perseguitati per la loro fede e sono nostri fratelli e sorelle nel Signore, perciò membri della stessa famiglia. Quando arrivano, cambiano lo scenario non solo della nostra nazione ma anche delle nostre comunità. I rifugiati stanno riportando vita nelle nostre chiese in modo significativo. [3]

Ogni cristiano, oltre che appartenere alla famiglia globale dei credenti, appartiene anche ad un’altra famiglia globale, quella umana. [4] Con oltre 7 miliardi di persone sulla terra, dobbiamo ricordarci che apparteniamo tutti alla stessa famiglia degli esseri umani. Questa prospettiva restituisce umanità ai rifugiati, ricordandoci che sono molto più di mere statistiche – sono persone create ad immagine di Dio, che meritano compassione e protezione.

Anche voi un tempo eravate stranieri

Infine, la ragione probabilmente più convincente per prenderci cura dei rifugiati è che, come loro, anche noi siamo dei pellegrini. Dal patriarca Abramo a Gesù e ai suoi discepoli, fino alla chiesa universale, la metafora dei pellegrini è profondamente intessuta nella nostra storia e nella nostra teologia e, quindi, nella nostra vera identità:

  • Dio ha scelto di benedire Abramo trasformandolo in un pellegrino, non come punizione ma come parte del piano di Dio per la salvezza delle nazioni (Atti 7:6).
  • Prima della sua venuta, le nazioni erano lontane da Cristo (Ef 2:12), ma attraverso Cristo Gesù Dio ci ha adottato nella sua famiglia e ora ‘non siamo più né stranieri né ospiti’ (Ef 2:14-19).

L’immagine dello straniero descrive anche la relazione con la nostra dimora celeste. Così com’è per i rifugiati, ognuno di noi che è in Cristo è considerato un viaggiatore, un ospite, un pellegrino sulla terra (1Cr 29:15, Eb 11, 1Pi 1:17).

Eppure come stranieri ed esiliati non siamo senza meta; stiamo aspettando una patria migliore – quella celeste (Eb 11:16); e così, fissiamo i nostri sguardi verso il cielo, da dove proviene la nostra vera cittadinanza: ‘Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore’ (Fl 3:20). Possiamo identificarci con i rifugiati, in un certo senso, perché neanche noi abbiamo una dimora permanente in questa vita. Siamo in uno stesso viaggio, uguali agli occhi del Signore, tutti dipendenti dalla sua grazia.

La risposta di una chiesa con una visione globale

Alla luce della portata della crisi dei rifugiati, le chiese nel mondo si troveranno ad avere bisogno di sapere come affrontare l’aspetto del trauma e dell’identità in una società sempre più globalizzata. Credenti con una visione globale farebbero bene ad abbracciare l’idea di un’identità globale insieme ad una dottrina dell’ospitalità. Il modo in cui vediamo le politiche d’immigrazione del governo, specialmente quelle verso i rifugiati, dovrebbe essere ispirato da questa prospettiva. Il termine ‘rifugiati’ è spesso stato associato, in modo generico, a diversi tipi di migranti colpiti da ogni genere di fattore negativo che li ha costretti a fuggire, che fosse economico o ambientale. Tuttavia, quando si parla del fenomeno della migrazione globale, il termine riguarda in modo specifico coloro che fuggono dalla guerra o dalla persecuzione, che sarebbero in pericolo nel tornare nel proprio Paese o nel rimanervi, così come abbiamo visto sopra.

I rifugiati sono particolarmente vulnerabili perché non lasciano il proprio Paese per scelta. Una volta fuori dai confini della propria terra, perdono qualunque protezione la loro cittadinanza gli desse e si ritrovano alla mercé (e al diritto di assistenza) del regime di protezione internazionale. Anche se l’ospitalità biblica non fa alcuna distinzione tra le persone, i rifugiati rappresentano un caso particolarmente convincente perché ospitalità e compassione siano esercitate.

Quando arriviamo a vedere i rifugiati attraverso una visione biblica, ci rendiamo conto di quanto spesso abbiamo permesso al nazionalismo e alla paura di scavalcare la nostra fede e le nostre azioni. Solo allora riusciamo a credere che nell’offrire ospitalità agli stranieri sperimentiamo Dio. Questa realtà spirituale ci sfida a vedere i rifugiati non come un peso, ma come un bene per le nostre comunità e a percepire quello dell’immigrazione come un problema morale, non semplicemente economico e politico. La professoressa Christine Pohl scrive:

Possiamo offrire questo benvenuto attraverso l’ospitalità più tipica dei pasti e dello stare insieme, ma anche attraverso opportunità di sostegno e di istruzione. La gran parte della paura che circonda la crisi dei rifugiati è basata su una scorretta informazione. I rifugiati sono perseguitati a causa della loro razza, religione, nazionalità e affiliazione politica o sociale. Che possa dirsi che noi che seguiamo Cristo siamo in grado di abbracciare i rifugiati senza riguardo ad alcuna di queste categorie. Abbiamo una grandissima opportunità di condividere l’amore di Dio e la luce di Cristo con persone che vengono da terre lontane, che altrimenti difficilmente potremmo raggiungere. Una sopravvissuta all’Olocausto, Elie Wiesel, lodò i ‘giusti gentili’ che rischiarono le loro vite per proteggere rifugiati ebrei. Per i cristiani, accompagnare persone che hanno perso le loro radici in un percorso di guarigione delle loro vite è una risposta alla grazia, perché anche noi un tempo eravamo stranieri.

Note

 

Cindy M. Wu è una moglie e una mamma che insegna ai suoi bambini a casa, a Houston in Texas. È coautrice di Le nostre famiglie globali: cristiani che abbracciano una comune identità in un mondo che cambia (Baker Academic, 2015) insieme a Todd M. Johnson e autrice di Un paese migliore: accogliere i rifugiati in mezzo a noi (William Carey Library Publishers, June 2017), una risorsa che sfida i cristiani a rispondere alla crisi globale dei rifugiati.