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Raggiungere la Nuova Cultura Globale Giovanile

Raggiungere la Nuova Cultura Globale Giovanile

Un recente studio condotto nel Regno Unito ha dimostrato che il 71 percento dei giovani tra i 18 e i 24 anni afferma di non avere alcun tipo di credo religioso. [1] Secondo Operation World, una crescente maggioranza di paesi Europei, inclusa la Francia, la Repubblica Ceca e la Spagna, sono composti da meno dell’uno per cento di cristiani evangelici. [2]

Secondo il libro Churchless, “Più di un terzo degli adulti americani si reputano secolari nel credo e nella pratica.” Ciò significa che circa 156 milioni di americani non frequentano una chiesa.” [3]

Gran parte dell’ex mondo “cristiano” si sta lasciando le proprie radici alle spalle ed è dominato dal secolarismo (morto alla religione) e relativismo (morto alla verità). La Bibbia non è più considerata una bussola morale; piuttosto, ognuno è libero di decidere da sé cosa sia giusto e cosa no. I giovani vedono la chiesa come qualcosa di poco affine alla loro vita quotidiana: una tradizione del passato ora morta e vuota.

   La secolarizzazione, una tendenza fortemente legata alla globalizzazione della cultura tra la gioventù urbana, non è limitata a zone post-cristiane come l’Europa o gli Stati Uniti. Essa sta causando un impatto sulle culture nei centri urbani di ogni regione del mondo, incluso il Medio Oriente, l’Asia, e l’Africa. Questa generazione, connessa dal consumismo, i social media, e l’industria dell’intrattenimento, costituisce la più grande cultura globale mai esistita. In Medio Oriente, ad esempio, sta emergendo un’intera nuova generazione influenzata dal secolarismo globale. Questa è una generazione molto ferrata sulle tecnologie moderne, e molto coinvolta nelle tendenze musicali e artistiche globali. Nonostante il tumulto politico e sociale che ha caratterizzato la zona, questi giovani sono pieni di energia, altamente innovativi, e creativi. Allo stesso tempo, sono diventati sempre più sospettosi dei valori culturali e religiosi tradizionali, aspirando invece a un cambiamento e un nuovo modo di vivere.

  Presentandosi sia come una sfida che come un’opportunità in termini di evangelismo, questa cultura emergente richiede nuovi modelli e approcci missionali, visto che gli sforzi tradizionali in questa regione tendono a concentrarsi su valori e visione del mondo appartenenti alla generazione precedente. Al cuore di ogni cultura ci sono le idee fondamentali che ne formano la visione del mondo. Per la cultura giovanile globalizzata, le idee fondamentali sono secolarismo, relativismo, e tolleranza. Viviamo in un periodo di connessione senza precedenti. I media principali, le strategie economiche globali, e, soprattutto, Internet hanno eroso i confini culturali.

La cultura giovanile è più omogenea che mai, e si sta avviando verso l’essere una cultura davvero globalizzata.

Secolarismo

È importante comprendere che il secolarismo non si identifica con la totale assenza di Dio. Il secolarismo è più accuratamente caratterizzato dalla marginalizzazione e privatizzazione della spiritualità. [4] I giovani non stanno consapevolmente rifiutando Dio per sé; semplicemente non ci pensano. Questi giovani post-Dio sono stati adeguatamente etichettati “i nessuno” (in inglese, “the nones” NdT) – una generazione senza affiliazioni religiose. 

  La religione e il Cristianesimo sono irrilevanti per la loro vita quotidiana. Nella migliore delle ipotesi, vedono Gesù come una brava persona o un insegnante, mentre, nella peggiore, come un simbolo di repressione e bigottismo. Circa il 60 percento dei millennials considera il Cristianesimo come “moralista” e il 64 percento sostiene che il termine “anti-gay” descriva al meglio le chiese di oggi. [5] False percezioni di Dio che conducono ad una secolarizzazione di massa costituiscono la più grande sfida nelle chiese d’oggi. Non solo la religione è stata relegata ai margini della rilevanza sociale, ma è diventata anche qualcosa di strettamente privato.

Relativismo

La seconda visione del mondo che definisce la cultura secolare è il relativismo. Relativismo è l’idea che non vi sia una verità trascendente e quindi nessuna morale universale. Concetti come giusto e sbagliato, giustizia e dovere, sono costrutti sociali e, in fin dei conti, illusori. Messa da parte l’etica tradizionale, il relativismo è un pilastro assoluto della cultura giovanile. “Tu mantieni la tua opinione e io la mia” è lo slogan dei giorni nostri. Non deve avere un senso; la cosa importante è non violarlo.    Ironicamente, l’unica verità non relativa è che la verità è relativa. La gente secolare non ha problemi ad abbracciare due prospettive che si escludono a vicenda, se questo li aiuta a vivere come vogliono. È la classica filosofia della “botte piena e moglie ubriaca” Il relativismo è diventato una forza dominante radicata nelle menti dei giovani.

   Allan Bloom in “The Closing of the American Mind” (La chiusura della mente americana, NdT), sottolinea quanto segue: c’è solo una cosa di cui un professore può essere certo, cioè che quasi ogni studente che entra all’Università crede, o dice di credere, che la verità sia relativa. Se questa convinzione viene messa alla prova, uno potrà contare sulla reazione degli studenti: saranno incapaci di comprendere. Il fatto che qualcuno consideri questa proposizione come qualcosa non di ovvio li sconvolge, come se stesse mettendo in discussione che 2+2=4. [6] Se portato a una logica estrema, il relativismo morale condurrebbe al male assoluto e a un totale collasso della società, eppure questo non è ancora successo. Questo perché nessuno vive come se il relativismo fosse vero. Le nozioni di giusto e sbagliato, dovere, onore e giustizia sono temi familiari nell’intrattenimento e nella cultura popolare, evidenza del più grande rifiuto del relativismo come modo concreto di vivere.

   Anche gli scrittori secolari sembrano essere d’accordo. Consideriamo i pensieri di Helen Rittelmeyer, autrice dell’American Spectator, che afferma,

“Sofisticate scalatrici di classifiche come Katy Perry e Ke$ha, non si comportano come se volessero essere giudicate dalla brutale onestà della loro autoespressione, e non lo vogliono nemmeno tesori indie come i Decemberists. Per quanto riguarda il cinema, gli anti-eroi sono passati di moda e sono tornati gli eroi. Virtù, autorità, legge e ordine sono tutte in voga, come attestano i conti bancari di Chris Nolan, J.K. Rowling e Marvel Comics.” [7]

   È quasi impossibile trovare qualcuno davvero dedito al relativismo morale ad Hollywood e altrove. Ciò che si trova in abbondanza, comunque, è gente che afferma che la morale è relativa eppure vive come se non lo fosse. I giovani secolari non hanno abbandonato morali e doveri; piuttosto, hanno rifiutato le ancore morali e i punti di riferimento tradizionali, creando un sistema di valori tutto loro. Jonathan Merrit sostiene nel The Atlantic che “anziché essere centrata su valori di genere, della famiglia, rispetto per le istituzioni e devozione religiosa, essa [la nozione moderna di moralità] orbita attorno a valori come la tolleranza e l’inclusione. Il nuovo codice ha creato un momento paradossale, nel quale tutto è tollerato tranne che l’intollerante e tutto viene incluso tranne che l’esclusivo.” [8]

   Il relativismo è una caratteristica importante e unificatrice tra i giovani secolari nella teoria ma non nella pratica. Sebbene non abbia prodotto i mostri morali e i nichilisti filosofici come avrebbe dovuto, ha fatto sorgere un’altra convinzione fondamentale dei giovani secolari: la tolleranza.

Tolleranza 

Ci viene detto di essere aperti di mente, e questa è una cosa all’apparenza nobile. Ogni idea, convinzione, e visione è uguale è dovrebbe essere rispettata da tutti e ovunque. Non serve un filosofo professionista per vedere la natura contraddittoria di questa ideologia. La tolleranza è l’estensione logica del relativismo, e ne condivide l’incoerenza. Dopo tutto, chiedere tolleranza verso ogni visione del mondo non è molto tollerante. Come fa notare D.A. Carson, “[Apertura mentale] non significa più che uno possa avere una visione solida ma con l’impegno di ascoltare onestamente argomentazioni che la controbilancino. Piuttosto, significa avere un impegno dogmatico verso la convinzione che considerare un qualsiasi punto di vista sbagliato sia improprio e di vedute ristrette.” [9] Improvvisamente la tolleranza non è così tollerante. 

   La miglior forma di tolleranza risiede nell’abilità o volontà di ascoltare persone che detengono convinzioni o opinioni diverse dalle nostre. In passato, le persone erano sacre, mentre le idee potevano essere oggetto di dibattito. Oggi, la tolleranza tutela le idee e attacca le persone. Questo ha creato un clima di conformità. La gente non ha più la libertà di pensare criticamente riguardo certe questioni e giungere a delle conclusioni proprie, per la paura di essere rifiutata o maltrattata. La tolleranza improvvisamene non è così tollerante.

   In una cultura dominata da secolarismo, relativismo, e tolleranza (almeno nella sua definizione e applicazione liberale), non c’è da meravigliarsi del fatto che il Cristianesimo, con le sue verità e assoluti, sia incompatibile con la cultura secolare. Sempre più giovani rifiutano il Cristianesimo perché seguire Gesù vuol dire nuotare contro la corrente dei nostri tempi: la strada è troppo stretta, il costo troppo alto.

Come seguaci di Gesù, è chiaro che dovremmo rispondere – ma come?

  1. Rispondiamo sviluppando relazioni autentiche. Usciamo dal nostro ghetto cristiano, sviluppiamo relazioni autentiche con i non credenti, facciamo loro delle domande, e ascoltiamo davvero. L’isolamento è nostro nemico. Dobbiamo reintegrarci nella cultura secolare ed eliminare le differenze superficiali che ci mantengono isolati e irrilevanti. La vita di Gesù dimostra un delicato equilibrio: essere parte della cultura senza esserne contaminati.
  2. Rispondiamo sfidando con gentilezza le presupposizioni. Aiutiamoli a vedere come credere in Dio sia razionalmente valido, storicamente accurato, e filosoficamente sensato. Dimostriamo che, al contrario dell’umanismo secolare, la nostra fede è internamente consistente e corrisponde al modo in cui davvero sperimentiamo la vita.
  3. Rispondiamo cercando Dio. Preghiamo come non abbiamo fatto prima. Lasciamo che sconvolga la nostra routine. Chiediamo cose impossibili e domandiamo che Dio si muova potentemente attraverso le nostre vite, e non smettiamo di farlo finché non risponde.
  4. Rispondiamo superando la paura. Predichiamo la croce con franchezza, corriamo dei rischi, guidati dallo Spirito, e non aspettiamo. Ci potrà sembrare di avere tutto il tempo del mondo, ma in realtà non è così. Paolo ci ricorda in Efesini 5:15-16, “Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi; recuperando il tempo perché i giorni sono malvagi.”

Il tempo stringe e i bisogni sono grandi. E’ tempo di agire!

 

Note di fine pagina

[1] Tom Powell, “More than half of Britons ‘have no religion’, survey reveals,” Evening Standard, September 4, 2017, https://www.standard.co.uk/news/uk/more-than-half-of-britons-have-no-religion-survey-reveals-a3626896.html. ↑

[2] Jason Mandryk, “France,” Operation World, 2018, http://www.operationworld.org/country/fran/owtext.html; Jason Mandryk, “Czech Republic,” Operation World, 2018, http://www.operationworld.org/country/czec/owtext.html; Jason Mandryk, “Spain,” Operation World, 2018, http://www.operationworld.org/country/spai/owtext.html. ↑

[3] George Barna and David Kinnaman, Churchless (Carol Stream, IL: Tyndale Momentum, 2014), 16. ↑

[4] D. A. Carson, The Gagging of God, (Grand Rapids, MI: Zondervan, 1996), 37. ↑

[5] Dr. Alex McFarland, “Ten reasons millennials are backing away from God and Christianity,” Fox News, 2017, https://www.foxnews.com/opinion/ten-reasons-millennials-are-backing-away-from-god-and-christianity. ↑

[6] Allan Bloom, The Closing of the American Mind, (New York, NY: Simon and Schuster, 1987), 19. ↑

[7] Helen Rittelmeyer, “Moral Relativism, R.I.P.,” The American Spectator, 2012, https://www.theatlantic.com/politics/archive/2016/03/the-death-of-moral-relativism/475221/. ↑

[8] Jonathan Merritt, “The Death of Mor
al Relativism,” The Atlantic, 2016, https://www.theatlantic.com/politics/archive/2016/03/the-death-of-moral-relativism/475221/. ↑

[9] D. A. Carson, The Gagging of God, (Grand Rapids, MI: Zondervan, 1996), 35. ↑

Ben Pierce www.steiger.org/benpierce è un missionario con Steiger International, missione chiamata a raggiungere e discepolare la cultura globale per Gesù. Serve anche come cantante e chitarrista per la rock band internazionale, No Longer Music. Ben presenta un podcast settimanale, chiamato Provoke & Inspire (Provoca & Ispira NdT), ed è autore del nuovo libro Jesus in the Secular World: Reaching a Culture in Crisis (Gesù nel mondo secolare: raggiungere una cultura in crisi NdT). Collabora con la nuova iniziativa del Movimento di Losanna sulla Secolarizzazione Globale.

La dichiarazione di Atibaia sulla Teologia della Prosperità

La dichiarazione di Atibaia sulla Teologia della Prosperità

La dichiarazione di Atibaia sulla teologia della prosperità

Raccomandazioni dalla Consultazione mondiale di Losanna sulla Teologia della Prosperità, la povertà e il Vangelo

Atibaia, Brasile 30 marzo – 2 aprile 2014

 

Preambolo

Noi, partecipanti alla Consultazione di Losanna su ‘La Teologia della prosperità, la povertà e il Vangelo’, ci siamo riuniti in Brasile per discutere, dibattere e meglio comprendere l’attività e la crescente influenza nel mondo di oggi di quella che è conosciuta come la Teologia della Prosperità (TP), in che modo questa si relazioni con la povertà e quali ripercussioni abbia sulla missione ‘di tutta la chiesa di portare il vangelo al mondo intero.’ 

Abbiamo studiato le Scritture, pregato insieme, ascoltato storie e racconti da varie parti del mondo e cercato di capire e discernere la voce profetica dello Spirito Santo alla chiesa. Spinti dalla passione per il vangelo di Gesù Cristo e in obbedienza al mandato di condividere la buona notizia attraverso le parole, le azioni e il carattere, ci siamo riuniti perché mossi dalla condivisa preoccupazione che la TP presenti un vangelo superficiale che indebolisce la totalità della buona notizia di Gesù. 

La pienezza del vangelo include un piano di salvezza personale, che porta alla vita eterna, all’interno del più ampio quadro biblico di ciò che Dio ha fatto per salvare tutta la sua creazione attraverso la morte e la risurrezione di Cristo. Ci rendiamo conto che l’espressione ‘Teologia della prosperità’ è di per sé imprecisa. Ci sono molteplici teologie della prosperità, ognuna delle quali è radicata, legata e unita a contesti particolari. Riconosciamo, altresì, il bisogno di una migliore comprensione dei diversi contesti storici, sociologici, culturali, economici, psicologici e teologici in cui gli insegnamenti della TP si sviluppano.

Riconosciamo che i problemi sollevati in questa consultazione non saranno risolti in pochi giorni e che una comprensione più approfondita della TP potrà portare a più specifiche reazioni ai molteplici modi in cui questa si manifesta nelle diverse parti del mondo. Nonostante tali limitazioni, offriamo con umiltà alla chiesa intera queste raccomandazioni, come invito a riflettere e agire come evangelici che lavorano insieme per servire il regno di Dio e a partecipare alla sua opera di riconciliazione del mondo a Sé.

Questa consultazione si fonda su un precedente lavoro e sulle risorse all’interno del movimento di Losanna. In particolare, ‘La Dichiarazione da Akropong’ (2008-2009) del Gruppo di Lavoro di Teologia di Losanna e la Sezione IIE dell’Impegno di Città del Capo, ‘Chiamare la Chiesa di Cristo a tornare all’umiltà, all’integrità e alla semplicità.’ Incoraggiamo le chiese e le organizzazioni cristiane a studiare e a considerare attentamente le sfide sollevate in questi documenti.

 

 

I. Una chiamata alla Confessione

  • Riconosciamo che il Movimento di Losanna è nato – e ancora rimane in gran parte radicato – in un contesto privilegiato. Questo contesto definisce la nostra visione del mondo, dà forma alla nostra concezione della semplicità e limita la nostra comprensione delle complessità della povertà. Perciò, camminare in umiltà deve includere una profonda consapevolezza dei modi in cui qualunque invito a vivere nella semplicità e in uno stile di vita biblico possa risultare irrilevante o, addirittura un peso ulteriore, per coloro che già sono oppressi dalla povertà.
  • Riconosciamo che spesso siamo stati troppo frettolosi nel giudicare e formulare affermazioni riguardo alla giustizia, alla povertà e alla distribuzione della ricchezza, senza dedicare il giusto tempo ad ascoltare e ad essere presenti per coloro le cui vite sono definite dalla povertà e dall’oppressione. Confessiamo che il nostro fallimento nel vivere il vangelo è, in alcuni casi, responsabile di certe aberrazioni e ingiustizie. 
  • Riconosciamo che abbiamo spesso denunciato gli eccessi della TP fallendo, però, nel denunciare i modi in cui un vangelo terapeutico o del fai da te abbia preso il posto della supremazia di Cristo in molte delle nostre chiese. 
  • Riconosciamo che una visione consumistica della vita cristiana sta invadendo molte chiese. Questo tipo di visione ci rende ciechi verso la sofferenza, la persecuzione e l’oppressione che molti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle in varie parti del mondo stanno sopportando.

 

 

II. Una chiamata all’Azione

  • Giustizia, misericordia e servizio: I cristiani sono chiamati ad agire con giustizia e ad amare con tenerezza. Soprattutto, siamo chiamati a servire gli altri e, così facendo, a riconoscere Cristo nel più piccolo dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Servire non è qualcosa che si fa solo per gli altri, ma anche con gli altri – con i poveri, con gli oppressi, con il prossimo.
  • Atti di servizio – come l’istruzione, l’assistenza sanitaria, il sussidio – e atti di giustizia e di difesa sono parte fondamentale del testimoniare il vangelo. Non c’è posto per lo sfruttamento della povertà e del bisogno nelle iniziative di servizio cristiano. Nel testimoniare il vangelo, attraverso atti di servizio e di difesa, i cristiani dovrebbero denunciare lo sfruttamento della povertà e astenersi dall’esserne responsabili, anche solo offrendo una falsa speranza, fondata su una comprensione meccanicistica della ricompensa e delle benedizioni divine. 
  • L’etica del potere e della ricchezza: I cristiani sono chiamati a denunciare l’ingiustizia. In molte parti del mondo i media stanno portando alla luce scandali di abusi e di corruzione da parte dei movimenti della TP. Sia che questi mali diventino di dominio pubblico o che rimangano nascosti, i cristiani hanno l’obbligo di sfidare (i) l’abuso di potere, compreso quello spirituale; (ii) il credo del ‘diritto alla ricchezza’, che scoraggia la responsabilità e incoraggia sforzi immorali di raccolta fondi; (iii) le pratiche di sfruttamento e di oppressione di quelli che sono più vulnerabili.
  • Attraverso una coerente teologia della creazione, del peccato, di una redenzione fondata su Cristo e della speranza di una futura creazione, i cristiani devono opporsi a qualunque insegnamento che definisca il proprio successo in termini di benessere materiale e ricchezza. 
  • Generosità e benedizioni: I cristiani sono chiamati a dare se stessi e a condividere i doni che Dio ci ha dato. Riconosciamo il potere che viene dal donare e l’importanza che Gesù, il nostro Signore, ha dato anche al più piccolo dei doni offerti come sacrificio al suo regno. Atti di generosità e di benedizioni dovrebbero essere caratteristiche fondamentali della chiesa cristiana. 
  • Giustizia strutturale e shalom: I cristiani non sono soltanto chiamati a dare e a condividere generosamente, ma anche ad impegnarsi alla diminuzione della povertà. Questo dovrebbe includere l’offerta di alternative, di approcci etici per la creazione di ricchezza e il sostentamento di imprese socialmente responsabili che diano forza e autonomia ai poveri e creino miglioramenti materiali e una dignità individuale e comunitaria. Questo deve sempre essere fatto con la consapevolezza che tutta la ricchezza e tutta la creazione appartengono prima di tutto a Dio.
  • Riconosciamo che ci sono luoghi in cui devono avvenire cambiamenti strutturali prima che fonti di reddito alternative possano essere create. In tali casi i cristiani devono denunciare la corruzione e l’oppressione che limitano le possibilità per quelli che sono nella povertà e impegnarsi, pertanto, a cercare assetti politici, economici e culturali alternativi ed equi. 
  • Guarigione e compassione: I cristiani sono chiamati ad esercitare i ministeri di guarigione e di compassione come parti integranti della testimonianza del vangelo. Siamo chiamati a compiere questi ministeri con grande discernimento, rispettando pienamente la dignità della persona umana e accertandoci che la vulnerabilità delle persone e il loro bisogno di guarigione e/o di compassione non siano strumentalizzati. Affermiamo il bisogno di una predicazione che sia fatta con compassione, nella consapevolezza che soffrire per il vangelo e portare i pesi gli uni degli altri sono espressioni degne del regno di Dio e modi autentici per incarnare Cristo con coloro che soffrono. 
  • Costruire relazioni: I cristiani dovrebbero sforzarsi di costruire relazioni di fiducia e di rispetto con tutti, cercando modi per instaurare conversazioni genuine e veritiere, in cui le convinzioni possano essere sfidate e il vangelo presentato in modo chiaro.

 

 

III. Una chiamata alla vita nel Regno

  • Affermiamo la visione biblica per il benessere dell’umanità e di tutta la creazione di Dio.
  • Affermiamo che Dio vuole il meglio per i suoi figli e che noi, come credenti, cerchiamo di imitare il suo desiderio; ma riconosciamo i modi in cui le nostre culture hanno distorto i nostri desideri e ci hanno allontanato dalla pienezza di quella vita in Cisto che è offerta a tutti. Il materialismo e il consumismo sono due delle principali forme di distorsione dei nostri desideri. I cristiani devono essere una voce profetica laddove gli insegnamenti del TP manipolano e controllano, offrendo un’autentica giustizia e speranza. 
  • Affermiamo il bisogno di distinguere tra una risposta pastorale che si prenda cura delle persone e la denuncia profetica delle autorità responsabili di ogni tipo di manipolazione e oppressione. Gesù ebbe compassione per coloro che erano confusi e perduti perché erano stati sviati, ma denunciò ferocemente coloro che ne erano stati i responsabili. Tutti i cristiani in posizioni di autorità devono incarnare il modello di servizio, basato sul sacrificio di se stessi, che abbiamo ricevuto da Gesù Cristo.
  • Chiamiamo la chiesa a tornare a vivere quella vita nel regno – una vita definita dal servizio, dall’umiltà e dall’integrità, in cui proclamiamo la verità in potenza, denunciando i falsi dèi delle nostre culture e viviamo come seguaci di Cristo nella molteplicità dei nostri contesti.

In obbedienza a Dio Padre, chiamiamo la chiesa ad essere di una stessa mente, la mente che è in Cristo Gesù; a condividere la vita nello Spirito, la vita in tutta la sua pienezza, così che possiamo risplendere come luminari perché il mondo possa conoscere l’amore salvifico di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

 

IV. Una chiamata a Riflettere

  • Dobbiamo rispondere alle smisurate e subdole manifestazioni della TP con un profondo impegno nella Scrittura nella sua interezza. Questo significa che (i) ci confronteremo con l’intera storia biblica; (ii) presenteremo una chiara esposizione del vangelo e una scrupolosa riflessione sui presupposti e sulle pratiche interpretative che danno forma alle interpretazioni della Bibbia. Non è sufficiente affermare che ‘la Bibbia è dalla nostra parte’, poiché cristiani con convinzioni diverse che altresì affermano l’autorità della Bibbia, rivendicherebbero la stessa cosa, richiamando molti testi che ritengono a supporto delle loro pratiche. 
    • Siamo chiamati a dare un contributo all’interno di una conversazione produttiva su come l’intera Bibbia debba modellare convinzioni riguardo alla salute e alla prosperità e su come intendiamo i nostri stili di vita alla luce dell’atto salvifico di Dio in Gesù Cristo.
      • Come raggiungiamo e coinvolgiamo quelli le cui strategie interpretative sono così differenti da far pensare quasi impossibile una proficua conversazione riguardo l’interpretazione?
    • Riconosciamo che a volte Dio usa la sofferenza per raffinare la fede delle persone e per rafforzare il suo popolo. Troppo spesso la chiesa si concentra sul predicare un vangelo fatto di benedizioni quando invece la proclamazione dell’intero vangelo a tutto il mondo richiederà che la chiesa tenga conto del giusto spazio dovuto al dolore e alla sofferenza.
      • Quali sono le risorse e le pratiche bibliche che devono essere imparate così che possiamo migliorare nel dedicarci a coloro che soffrono e nell’essergli vicini?
    • Riconosciamo che la povertà è una realtà complessa e multi dimensionale. Include (i) la mancanza di reddito e di risorse produttive sufficienti ad assicurare mezzi di sostentamento sostenibili; (ii) la fame e la malnutrizione; (iii) la salute; (iv) l’accesso limitato o impossibilità di accedere all’istruzione e ad altri servizi basilari; (v) un crescente tasso di morbilità e mortalità per malattia; (vi) la mancanza di abitazione o condizioni abitative inadeguate; (vii) ambienti pericolosi; (viii) la discriminazione sociale e l’esclusione. È anche caratterizzata da una mancanza di partecipazione nel processo decisionale e nella vita sociale, culturale e civile. Colpisce tanto l’individuo quanto la comunità e ha ripercussioni ad ampio raggio su tutta la creazione. 
      • Come realtà relazionale la povertà ha cause economiche, fisiche, sociali, mentali e spirituali. Come potrebbe un vangelo basato sulla Bibbia offrire una risposta a queste povertà?
    • Riconosciamo che nell’economia del mercato globale uno dei mezzi più efficaci per l’eliminazione della povertà è lo sviluppo economico. Tuttavia, gli evangelici hanno spesso fallito nel promuovere delle soluzioni economiche alla povertà guidate dal valore. 
      • Come possiamo lavorare in modo più efficace per stabilire sforzi imprenditoriali creativi, etici e sostenibili nella lotta alla povertà? (Vedi BAM Think Tank website)
    • Ci rendiamo conto che molti dei modi in cui la TP si manifesta, anche nel sue espressioni più basilari e contrattuali, offrono alle persone un luogo a cui appartenere, un senso di speranza e una teologia che sfidi lo status quo.
      • Come possiamo offrire un senso più profondo di comunità, una più grande speranza e una teologia che sfidi lo status quo e l’oppressione attraverso l’incarnazione della giustizia e dell’amore? Quali sono le risorse bibliche per lo sviluppo di un’antropologia cristiana che dia importanza alle emozioni, alle esperienze religiose, ai sentimenti e ai modi di pensare delle persone e delle comunità nella molteplicità dei loro contesti?

Epilogo

Una consultazione come questa spesso suscita più domande che risposte. Speriamo di aver fatto luce su alcune delle sfide che la TP porta con sé. Speriamo anche che, attraverso un’accurata riflessione, possiamo arrivare a riconsiderare i modi in cui pensiamo alla ricchezza e alla povertà e la relazione che queste hanno con una testimonianza cristiana etica.

La nostra preghiera è che i cristiani nel mondo usino questo testo saggiamente all’interno dei tanti contesti in cui Dio ci ha messo.  Confidiamo che possa essere d’ispirazione a una predicazione, un insegnamento e un modo di vivere biblici che affrontino l’abuso della TP e che possa incoraggiare i cristiani a condurre modi di vivere etici, che ci rendano portatori di una speranza migliore, la speranza che abbiamo in Cristo Gesù. 

 

 

Appendice I: La Dichiarazione di Akropong (2008-2009)

Appendice II: L’impegno di Cape Town (2010) Sezione IIE-5: Camminare in semplicità, rifiutando l’idolatria della cupidigia.

Cf. United Nations, ‘Programme of Action of the World Summit for Social Development’, Copenhagen1995, A/CONF.166/9.

(Traduzione a cura di Mila Palozzi e Ester Montefalcone)

Consultazione Globale sul Cristianesimo Nominale, Roma – Marzo 2018

UNA CHIAMATA GLOBALE A SFIDARE CRISTIANI NOMINALI

Provvedete risorse per la chiesa globale così che possa comprendere il Cristiansimo nominale, in modo tale che i ‘Cristiani’ perduti possano tornare a casa…

Il Movimento di Losanna ha organizzato una Consultazione Globale sul Cristianesimo Nominale a Roma durante Marzo 2018. Quaranta teologi, missiologi, socialogi, e operatori nel campo della missione provenienti da ogni parte del mondo si sono ritrovati per rinnovare l’enfasi della testimonianza cristiana fra cristiani nominali.

La Dichiarazione di Roma 2018 sul Cristianesimo Nominale è adesso disponibile. E’ una chiamata urgente a sottolineare l’importanza della testimonianza fra cristiani nominali per la chiesa globale.

Leggi la Dichiarazione di Roma 2018 sul cristianesimo nominale

Il pastore francese, Direttore Regionale del Movimento di Losanna per l’Europa, Jean-Paul Rempp, era moderatore della consultazione a Roma. Spiega che la consultazione nasce da Città del Capo 2010, dove il cristianesimo nominale è stato identificato con una delle principali sfide missionale. Nella consultazione tenutasi a Roma, i partecipanti hanno condiviso preziose considerazioni e dettagli che hanno a loro volta gettato luce sulla complessiàt e l’urgenza della questione. Rempp e gli altri partecipanti pregano che attraverso la dichiearazione rilasciata dalla consultazione e altre risorse che stanno emergendo, la chiesa globale possa rispondere alla sfida fin troppo trascurata del cristianesimo nominale.”

Documenti dalla consultazione verrano in seguito pubblicate in un libro, riassunti in un Documento Occasionale di Losanna (Lausanne Occasional Paper (LOP)), e pubblicati su diversi siti e in varie riviste e pubblicazioni. Concetti, prospettive e riflessioni dalla Consultazione saranno anche presentate come video nella Lausanne Global Classroom.

Guarda il sommario video dalla Consultazione (sottotitoli in italiano):

ANCHE NOI UN TEMPO ERAVAMO STRANIERI – Vivere la nostra fede durante la più grande crisi di rifugiati di tutti i tempi

ANCHE NOI UN TEMPO ERAVAMO STRANIERI – Vivere la nostra fede durante la più grande crisi di rifugiati di tutti i tempi

(QUI puoi scaricare la versione impaginata di questo articolo)

La mia amica Abeer è un’ex rifugiata irachena. Cristiana ortodossa, Abeer scappò dallo stato islamico temendo per la sua stessa vita, mentre le chiese del suo quartiere venivano bruciate. La famiglia di Abeer fu trasferita negli Stati Uniti, dove ci incontrammo attraverso un programma di accoglienza per i rifugiati. I loro figli e i nostri divennero immediatamente amici.

In Iraq Abeer era una ricercatrice e suo marito un ingegnere, ma qui a Houston in Texas si sono dovuti accontentare di qualunque lavoro ad ore potessero trovare per mantenere i propri figli e dare loro una vita a cui loro stessi, personalmente, non avrebbero più potuto aspirare. E come loro ci sono milioni di persone che hanno lasciato le proprie case, i loro mezzi di sostentamento e la loro vita con la speranza di poter ricominciare. La storia di Abeer è più comune di quanto ci piacerebbe immaginare.

Un problema globale senza precedenti

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), viviamo in un tempo in cui più di 28.000 persone sono costrette ogni giorno all’esilio forzato. Più di 65 milioni di persone – pari a circa la popolazione del Regno Unito – sono scappati dalle loro case. Un terzo di questi (22 milioni) sono classificati come ‘rifugiati’, persone che vivono fuori dalla loro patria, “impossibilitate o non intenzionate a tornare nel loro paese di origine avendo fondate paure di essere perseguitati per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad uno specifico gruppo sociale, o per la loro opinione politica” [1]. La crisi attuale dei rifugiati è la più grave crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale, in quanto supera quello che al tempo fu il più grande spostamento di massa della storia.

La maggioranza dei rifugiati sono donne e bambini, metà dei quali sotto i 18 anni. Milioni di rifugiati hanno vissuto il protrarsi di situazioni, aspettando decenni per una risoluzione. Oggi un quarto di tutti i rifugiati viene dalla Siria. Metà della popolazione siriana che si contava prima della guerra è stata uccisa o costretta a lasciare le proprie case solo negli ultimi sei anni. [2]

Molti si sono meravigliati delle cause di questa improvvisa ondata di migrazione forzata. Guerre e conflitti – specialmente guerre di lunga durata – sono le cause principali, ma ci sono anche altri fattori:

  • Di fronte a privazioni economiche i lavoratori si muovono in cerca di opportunità
  • Disastri naturali e degrado ambientale possono causare trasferimenti in grandi proporzioni, specialmente quando esacerbati da tensioni politiche
  • La persecuzione costringe le persone a lasciare i propri Paesi in cerca di sicurezza e libertà

In un mondo ormai tutto collegato, abbiamo non soltanto la conoscenza di queste situazioni, ma ne siamo anche più direttamente influenzati. Posti davanti a questo fenomeno globale in che modo i cristiani dovrebbero rispondere?

Beneficenza e ospitalità

La Bibbia ci comanda la beneficenza e l’ospitalità verso gli stranieri e coloro che sono di passaggio, così come la cura verso gli affaticati e gli oppressi. Perciò, le persone che seguono Gesù e che prendono sul serio la sua Parola, hanno un mandato speciale di dedicarsi alla crisi dei rifugiati. Tuttavia, la complessità del sistema dei rifugiati e le preoccupazioni per la sicurezza nazionale, spesso mettono in ombra la chiamata alla giustizia e alla misericordia. Infatti, anche i cristiani sono tra quelli che chiedono ai propri Paesi di chiudere le frontiere agli immigrati. In nessun altro Paese più che negli Stati Uniti, che per lungo tempo si sono vantati della propria identità di patria fondata da rifugiati in cerca di libertà religiosa, questa chiusura risulta ironica. Come ‘terra dei liberi, casa dei coraggiosi’, ogni anno abbiamo dato una nuova dimora a più rifugiati di qualunque altro Paese. Sul basamento della nostra icona nazionale, la Statua della Libertà, è riportata questa iscrizione di benvenuto:

Ciononostante, il dibattito statunitense sull’immigrazione è divenuto incandescente in tema di immigrati senza documenti, di rifugiati e musulmani, con un Presidente che ha disposto divieti di ingresso e stabilito, per l’anno finanziario 2018, un tetto di ammissione ai rifugiati storicamente basso. In mezzo a questa tempesta, i cristiani americani si ritrovano politicamente ed eticamente divisi su questa controversa questione. 

Indipendentemente da quali siano le proprie opinioni riguardo l’immigrazione, i cristiani dovrebbero riconoscere di avere un ruolo da svolgere in quello che è il principale problema umanitario dei nostri giorni. Da dove cominciamo? Suggerirei di iniziare con la nostra immaginazione.

Formare la nostra immaginazione dello straniero

Quando sentiamo la parola ‘rifugiati’ quali immagini o parole ci vengono in mente? Una donna trasandata che indossa un velo e che si trascina verso la spiaggia? Un bambino sporco di terra seduto in una tenda fatiscente nel deserto? O immaginiamo uno scienziato che ha sviluppato la teoria della relatività? O un artista che ha vinto un premio? Un filantropo? L’idea che abbiamo dei rifugiati influenzerà il nostro atteggiamento verso di loro. Fin da quando ci fu, all’inizio del 1900, il primo sforzo internazionale di risolvere la crisi dei rifugiati, molti cittadini espressero la propria preoccupazione riguardo l’impatto degli immigrati sull’economia locale. I rifugiati sono stranieri, che spesso non parlano la lingua del posto e che non conoscono le sue usanze e i suoi costumi.

Negli ultimi anni, nello scegliere tra la compassione verso le persone più vulnerabili del mondo e la protezione delle proprie, la sicurezza nazionale è stata considerata prioritaria, facendo sembrare rischiose le immigrazioni, se non addirittura irragionevoli per alcuni. L’accelerazione delle tecnologie di distruzione di massa e dell’infiltrazione dell’informazione rende tutto molto più minaccioso.

Informare biblicamente la nostra immaginazione dello straniero

Anche se la nostra natura umana ci rende diffidenti verso gli stranieri, ci sono volte in cui Dio ci chiama, invece, ad accoglierli. Per farlo dobbiamo permettere a Dio di formare il modo in cui vediamo lo straniero, soprattutto considerando che ‘accogli lo straniero’ è uno degli ordini più ripetuti nelle Scritture ebraiche.

Gli stranieri che erano tra gli israeliti dovevano essere trattati allo stesso modo dei nativi della terra (Nu 15:15-16). Israele doveva ospitare gli stranieri e proteggerli, servirli e amarli, provvedendo per loro (Le 19:34, De 26:12, Ez 47:21-23). Dio stabilì che gli stranieri avessero diritto al suo amore e alle sue cure. Per questo, prendersi cura dei rifugiati non è soltanto una questione di compassione o di pietà, ma di giustizia.

Molti rifugiati sono cristiani perseguitati per la loro fede e sono nostri fratelli e sorelle nel Signore, perciò membri della stessa famiglia. Quando arrivano, cambiano lo scenario non solo della nostra nazione ma anche delle nostre comunità. I rifugiati stanno riportando vita nelle nostre chiese in modo significativo. [3]

Ogni cristiano, oltre che appartenere alla famiglia globale dei credenti, appartiene anche ad un’altra famiglia globale, quella umana. [4] Con oltre 7 miliardi di persone sulla terra, dobbiamo ricordarci che apparteniamo tutti alla stessa famiglia degli esseri umani. Questa prospettiva restituisce umanità ai rifugiati, ricordandoci che sono molto più di mere statistiche – sono persone create ad immagine di Dio, che meritano compassione e protezione.

Anche voi un tempo eravate stranieri

Infine, la ragione probabilmente più convincente per prenderci cura dei rifugiati è che, come loro, anche noi siamo dei pellegrini. Dal patriarca Abramo a Gesù e ai suoi discepoli, fino alla chiesa universale, la metafora dei pellegrini è profondamente intessuta nella nostra storia e nella nostra teologia e, quindi, nella nostra vera identità:

  • Dio ha scelto di benedire Abramo trasformandolo in un pellegrino, non come punizione ma come parte del piano di Dio per la salvezza delle nazioni (Atti 7:6).
  • Prima della sua venuta, le nazioni erano lontane da Cristo (Ef 2:12), ma attraverso Cristo Gesù Dio ci ha adottato nella sua famiglia e ora ‘non siamo più né stranieri né ospiti’ (Ef 2:14-19).

L’immagine dello straniero descrive anche la relazione con la nostra dimora celeste. Così com’è per i rifugiati, ognuno di noi che è in Cristo è considerato un viaggiatore, un ospite, un pellegrino sulla terra (1Cr 29:15, Eb 11, 1Pi 1:17).

Eppure come stranieri ed esiliati non siamo senza meta; stiamo aspettando una patria migliore – quella celeste (Eb 11:16); e così, fissiamo i nostri sguardi verso il cielo, da dove proviene la nostra vera cittadinanza: ‘Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore’ (Fl 3:20). Possiamo identificarci con i rifugiati, in un certo senso, perché neanche noi abbiamo una dimora permanente in questa vita. Siamo in uno stesso viaggio, uguali agli occhi del Signore, tutti dipendenti dalla sua grazia.

La risposta di una chiesa con una visione globale

Alla luce della portata della crisi dei rifugiati, le chiese nel mondo si troveranno ad avere bisogno di sapere come affrontare l’aspetto del trauma e dell’identità in una società sempre più globalizzata. Credenti con una visione globale farebbero bene ad abbracciare l’idea di un’identità globale insieme ad una dottrina dell’ospitalità. Il modo in cui vediamo le politiche d’immigrazione del governo, specialmente quelle verso i rifugiati, dovrebbe essere ispirato da questa prospettiva. Il termine ‘rifugiati’ è spesso stato associato, in modo generico, a diversi tipi di migranti colpiti da ogni genere di fattore negativo che li ha costretti a fuggire, che fosse economico o ambientale. Tuttavia, quando si parla del fenomeno della migrazione globale, il termine riguarda in modo specifico coloro che fuggono dalla guerra o dalla persecuzione, che sarebbero in pericolo nel tornare nel proprio Paese o nel rimanervi, così come abbiamo visto sopra.

I rifugiati sono particolarmente vulnerabili perché non lasciano il proprio Paese per scelta. Una volta fuori dai confini della propria terra, perdono qualunque protezione la loro cittadinanza gli desse e si ritrovano alla mercé (e al diritto di assistenza) del regime di protezione internazionale. Anche se l’ospitalità biblica non fa alcuna distinzione tra le persone, i rifugiati rappresentano un caso particolarmente convincente perché ospitalità e compassione siano esercitate.

Quando arriviamo a vedere i rifugiati attraverso una visione biblica, ci rendiamo conto di quanto spesso abbiamo permesso al nazionalismo e alla paura di scavalcare la nostra fede e le nostre azioni. Solo allora riusciamo a credere che nell’offrire ospitalità agli stranieri sperimentiamo Dio. Questa realtà spirituale ci sfida a vedere i rifugiati non come un peso, ma come un bene per le nostre comunità e a percepire quello dell’immigrazione come un problema morale, non semplicemente economico e politico. La professoressa Christine Pohl scrive:

Possiamo offrire questo benvenuto attraverso l’ospitalità più tipica dei pasti e dello stare insieme, ma anche attraverso opportunità di sostegno e di istruzione. La gran parte della paura che circonda la crisi dei rifugiati è basata su una scorretta informazione. I rifugiati sono perseguitati a causa della loro razza, religione, nazionalità e affiliazione politica o sociale. Che possa dirsi che noi che seguiamo Cristo siamo in grado di abbracciare i rifugiati senza riguardo ad alcuna di queste categorie. Abbiamo una grandissima opportunità di condividere l’amore di Dio e la luce di Cristo con persone che vengono da terre lontane, che altrimenti difficilmente potremmo raggiungere. Una sopravvissuta all’Olocausto, Elie Wiesel, lodò i ‘giusti gentili’ che rischiarono le loro vite per proteggere rifugiati ebrei. Per i cristiani, accompagnare persone che hanno perso le loro radici in un percorso di guarigione delle loro vite è una risposta alla grazia, perché anche noi un tempo eravamo stranieri.

Note

 

Cindy M. Wu è una moglie e una mamma che insegna ai suoi bambini a casa, a Houston in Texas. È coautrice di Le nostre famiglie globali: cristiani che abbracciano una comune identità in un mondo che cambia (Baker Academic, 2015) insieme a Todd M. Johnson e autrice di Un paese migliore: accogliere i rifugiati in mezzo a noi (William Carey Library Publishers, June 2017), una risorsa che sfida i cristiani a rispondere alla crisi globale dei rifugiati.

Insieme in Preghiera per la Missione

Insieme in Preghiera per la Missione

È stato molto bello vedere oltre un centinaio di credenti ritrovarsi a Milano per pregare insieme per la missione. L’evento, voluto fortemente dai partecipanti italiani al MDGC a New York a fine ottobre, è stato organizzato dal Movimento di Losanna assieme a YFC Italia. Gentilmente ospitati da Pastore Piccolo e la sua comunità, che hanno accolto calorosamente l’iniziativa, credenti da varie chiese di Milano e dintorni si sono ritrovati. Jonathan Gilmore (CIML) e Ester Montefalcone (YFC Italia) hanno guidato la serata con Salvo Capritti (REM) per la lode. Il tempo è stato usato per pregare con momenti di adorazione e confessione, intercessione per Milano e il mondo e un tempo particolare dedicato nell’intercessione per gli adolescenti. Di particolare interesse era l’uso di vari brani dell’Impegno di Città del Capo per fare da traccia per le preghiere.
La preghiera è stata fervente e in tanti hanno commentato che sarebbe il caso di fare altre serate simili. Era davvero bello vedere la chiesa pregare per la missione globale.
Come Movimento di Losanna contiamo di proporre simili iniziative altrove. Se siete interessati ad ospitarne una, fateci sapere.